La finestra di tolleranza emotiva: l’importanza della regolazione delle emozioni . Scopri di più nell’approfondimento della dott.ssa Sefora di Natale.

Chi di noi non si è mai sentito sopraffatto da un’emozione o ha avuto la sensazione di non riuscire a controllare uno specifico stato emotivo?
Ci sono, infatti, momenti in cui sentiamo letteralmente di aver perso uno “stato (ottimale) di equilibrio”, in cui il rapporto con le nostre emozioni è funzionale e armonico.

In psicologia, questo specifico “stato ottimale” assume il nome di finestra di tolleranza, termine coniato dall’autore statunitense Daniel Siegel (2013) e ampiamente utilizzato insieme al concetto di regolazione e disregolazione emotiva.

Perché è importante la finestra di tolleranza?

Considerato come uno spazio immaginario (Immagine 1), stare all’interno della finestra di tolleranza significa agire nel mondo con un senso di competenza e sicurezza. Quando operiamo in essa abbiamo la sensazione di riuscire ad affrontare le sfide quotidiane in modo adeguato. Ci sentiamo stabili. Nonostante le possibili frustrazioni provate, riusciamo a tollerare e regolare la nostra rabbia senza eccessi e questo succede anche per tutte le altre possibili emozioni percepite.

Abbiamo la sensazione di poter controllare ciò che succede, sia internamente che esternamente a noi. Davanti a possibili difficoltà, troviamo delle valide strategie per poterle affrontare e superare (Siegel, 2013).

Risulta chiaro che avere un’ampia finestra di tolleranza, significa riuscire a tollerare diversi stati emotivi, anche a intensità più alte senza percepire un disagio psichico ed emotivo invalidante.

Immagine 1. Finestra di tolleranza (adattata da Boon et al, 2013)

Cosa succede quando si esce dalla finestra di tolleranza emotiva?

Capita a tutti noi di ricorrere a specifiche espressioni per descrivere alcuni nostri stati emotivi, come ad esempio “mi sento come se fossi su una giostra”, “mi rendo conto di essere troppo impulsivo in questo periodo” oppure “mi sento spento oggi, come se fossi scollegato dal mondo”.

Osservando il grafico possiamo notare come al di fuori della finestra di tolleranza (arousal ottimale), dove ci sentiamo perfettamente in equilibrio e in controllo dei nostri stati emotivi possiamo, invece, sperimentare o uno stato di iper-attivazione o uno stato di ipo-attivazione.

Quando sentiamo troppo, ci troviamo in stati di iper-arousal in cui la sensazione percepita è di essere travolti da ciò che stiamo provando in uno specifico momento. Possiamo sperimentare reazioni fisiche molto intense e avere comportamenti impulsivi che ci conducono ad assumere rischi, anche importanti. In questi stati possiamo sentirci costantemente ipervigili, come se da un momento all’altro fossimo chiamati ad agire rispetto a una minaccia, provare ansia, ruminare o alimentare comportamenti compulsivi. Non sono rari i casi in cui possiamo sperimentare emozioni intrusive e disturbanti ed essere angosciati dalla presenza di incubi o pensieri ricorrenti.

In presenza di ciò, tentiamo di fare tutto il possibile per ritrovare un po’ di sollievo anche a costo, ad esempio, di assumere alcol o droghe per anestetizzare stati di forte ansia, agire atti auto-lesionistici o ricorrere ad abbuffate o digiuni prolungati (Fisher, 2021).

Quando sentiamo troppo poco, invece, ci troviamo al di sotto della finestra di tolleranza e abbiamo la sensazione di non provare nulla o quasi (affettività piatta), come se fossimo insensibili a quello che ci succede. Alcuni si descrivono “vuoti interiormente”, come se fossero privi di qualsiasi connotato emotivo. In uno stato di ipo-attivazione è possibile lamentare specifici sintomi come la dissociazione cognitiva, un pensiero rallentato e la sensazione di essere privi di speranza (Fisher, 2021).

Alla luce di quanto detto, riuscire a rimanere all’interno della finestra di tolleranza significa essere in possesso di un’importantissima abilità: quella dell’autoregolazione emotiva. Con questo termine ci riferiamo alla capacità di una persona di riuscire a controllare e tollerare emozioni forti (principalmente quelle che vengono definite e percepite come “negative”), senza la necessità di utilizzare strategie di evitamento (come per esempio la dissociazione o il distacco) (Herman, 2005).

L’abilità di regolare le proprie emozioni si sviluppa nei primi anni di vita grazie alla relazione con le nostre figure di attaccamento, per poi affinarsi e svilupparsi ulteriormente durante l’adolescenza e l’età adulta.
Non sempre però, il genitore è in grado di svolgere una funzione calmante, accudente o consolatoria di fronte alle varie necessità del proprio bambino; azioni fondamentali che, nel tempo, aiutano quest’ultimo ad allenare la capacità di riconoscere, validare e stare con le proprie emozioni.

Cosa fare in presenza di una difficoltà auto-regolativa?

Fortunatamente, è possibile apprendere anche in fase adulta la capacità di autoregolarsi e dunque riuscire non solo a rientrare all’interno della propria finestra emotiva quando si è fuori da essa, ma anche essere in grado di aumentarne l’ampiezza.

La psicoterapia rappresenta uno dei principali contesti in cui è possibile imparare le strategie più sofisticate ed efficaci per aiutare coloro che presentano difficoltà nell’abilità di regolazione emotiva ad ampliare, con il tempo e con un necessario apprendimento, la propria finestra di tolleranza.

Ampiamente descritte da Semerari e colleghi (2003), tali strategie (mastery) vengono classificate in tre livelli, differenti tra loro per complessità ed efficacia. Ad un primo livello, troviamo tutto ciò che utilizza il corpo come via preferenziale per aiutare la persona a ristabilire quel senso di padronanza e sicurezza nei confronti dei propri stati emotivi. Si tratta di strategie semplici e particolarmente utili in assenza di specifiche risorse. Ne sono esempi le pratiche sportive, che possono assumere un ruolo regolativo sia con uno scopo calmante, se si è troppo attivati, o energizzante se si è troppo apatici. Ad un secondo livello, invece, incontriamo strategie di mastery più complesse ed evolute. In questo caso è l’interazione sociale a presentarsi come un potente strumento regolatore per la persona. Ne sono esempi una telefonata fatta ad un amico in un momento di grande sconforto, una passeggiata condivisa con un caro parente. Condividere aiuta a rientrare nella finestra di tolleranza, permettendoci di sentirci più sicuri e padroni delle nostre emozioni. Le strategie di terzo livello, infine, sono quelle più evolute. La persona che utilizza queste strategie è in grado di auto-regolarsi senza la necessità di ricorrere né al corpo né all’aiuto di un’altra persona. In presenza di emozioni disagevoli, esperite o in uno stato di iper-attivazione o di ipo-attivazione, si è in grado da soli di rientrare all’interno della finestra di tolleranza grazie a un lavoro interiore: ne sono esempi tutte le volte che attraverso un dialogo interno riusciamo a tranquillizzarci quando siamo spaventati o quando evochiamo nella nostra mente un’immagine che ci aiuta a rasserenarci in momenti di grande sconforto.

Rispetto al contesto psicoterapico, Ogden (2016) parla della necessità di una “terapia non troppo sicura”, cioè di una terapia che si pone come obiettivo quello di lavorare “ai limiti” della finestra di tolleranza, aiutando la persona a sperimentare un’adeguato arousal disregolato e aiutandolo ad imparare nuove possibilità di regolazione. La psicoterapia, infatti, ha come scopo quello di aiutare la persona a non essere più in balia delle proprie emozioni (come per esempio una rabbia intensa o una profonda tristezza), ma a percepirle come psicologicamente tollerabili e contenute (Porges, 2013).

Anche la pratica mindfulness è in grado di favorire la capacità di auto-regolazione emotiva. Lo stesso Siegel (2008) afferma come una pratica meditativa costante, volta allo sviluppo di un atteggiamento attento e consapevole rispetto ai propri stati interni, sia in grado di condurre la persona a una maggiore conoscenza di sé e ad un senso di connessione e integrazione sempre più presente e stabile.

BIBLIOGRAFIA

  • Boom, S.; Steele, K. & Van Der Hart, O. (2013). La dissociazione traumatica comprenderla e affrontarla. Milano: Mimesis Edizioni.
  • Dimaggio, G. & Semerari, A. (2003). I disturbi della personalità. Modelli e trattamento. Roma-Bari: Editori Laterza.
  • Fisher, J. (2017). Guarire la frammentazione del sè. Come integrare le parti di sé dissociate dal trauma psicologico. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Fisher, J. (2021). Trasformare l’eredità del trauma. Un manuale pratico per la vita quotidiana e per la terapia. Milano: Mimesis Edizioni.
  • Herman, J. L. (2005). Guarire dal trauma. Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo. Roma: Edizione Magi.
  • Ogden, P. & Fisher, J (2016). Psicoterapia senso motoria. Interventi per il trauma e l’attaccamento. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Porges, S.W. (2018). La guida alla teoria polivagale. Il potere trasformato della sensazione di sicurezza. Roma: Giovanni Fioriti Editore.
  • Siegel, J. D. (2008). Mindfulness e cervello. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Siegel, J. D. (2013). Il terapeuta consapevole. Guida per il terapeuta al Mindsight e all’integrazione neurale. Sassari: Istituto di Scienze Cognitive Editore.

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