La vita, o della (in)felicità. Scopri di più nell’approfondimento del dott. Fabio Fierini.

In una scena di Otto e mezzo, una delle vette della cinematografia di tutti i tempi a firma Federico Fellini, il protagonista – un regista in crisi di nome Guido (interpretato da Mastroianni) – ottiene di ricevere udienza privata da un misterioso cardinale in cura presso un centro termale. Al cospetto del religioso, egli riferisce «eminenza, io non sono felice». Il cardinale, celato da un velo e da una coltre di vapore in una sequenza in bianco e nero di prodigiosa visionarietà, chiede «perché dovrebbe essere felice? Il suo compito non è questo. Chi ha detto che si viene al mondo per essere felici?», prima di prodursi in una breve predica in latino, monito a non abbandonare la civitas dei e chiaro riferimento alla condotta del regista, ormai avviato alla strada del vizio. Questa citazione tratta dalla settima arte è solo un espediente, un po’ provocatorio, per disquisire attorno al concetto di felicità cercando di assumere una postura più critica rispetto a quella che si è spesso soliti tenere nella modernità.

A suggerirci che la felicità debba considerarsi una tensione evolutiva verso qualcosa e dunque una ricerca, piuttosto che una definitiva acquisizione o un approdo, sono da sempre fior di filosofi, artisti e scienziati. Fino al V secolo a.C. era costume diffuso pensare che la felicità vera fosse inarrivabile per gli uomini, poiché riservata solo agli dei. Socrate fu il primo ad offrire una visione di felicità, per così dire, sociale: per lui, e in qualche modo anche per Aristotele, la felicità consisteva nel comportarsi secondo virtù e quindi nel raggiungimento di una pienezza che, risultato della somma della giustizia e dell’armonia, aveva il potenziale di soddisfare tutte le necessità dell’individuo. Diversa era l’impostazione della scuola epicurea, secondo la quale la felicità aveva a che fare con il soddisfacimento dei bisogni e con la completa rispondenza alla componente edonica, cioè al piacere.

Durante l’impero romano era acceso il dibattito tra chi identificava la felicità col conseguimento dei piaceri fisici, intensi e attuali, e chi vedeva nell’atarassia – intesa come imperturbabilità da fattori esterni ed emancipazione da impulsi e passioni – l’unico tramite per la serenità e, nel più ampio contesto della filosofia morale (etica), per la ricerca della felicità.

Sorprendentemente attuali, nel mondo contemporaneo così famelico di possesso e potere, suonano le parole di Seneca: «intanto, d’accordo con tutti gli stoici, io seguo la natura; è saggezza, infatti, non allontanarsi da essa e conformarsi alla sua legge e al suo esempio. È dunque felice una vita che segue la propria natura, che tuttavia non può realizzarsi se prima di tutto l’animo non è sano, anzi nell’ininterrotto possesso della salute, e poi forte ed energico, infine assolutamente paziente, adattabile alle circostanze, sollecito ma senza angoscia del suo corpo e di ciò che gli concerne, attento a tutte quelle cose che ornano la vita, senza però ammirarne alcuna, disposto a usare i doni della natura, ma senza esserne schiavo» [1].

Con l’affermazione del Cristianesimo, la riflessione umana sulla felicità fu ricondotta alla morale religiosa che prescriveva una vita umile, povera e rispettosa dei dettami cristiani per raggiungere compiutamente la felicità dopo la morte, nella vita eterna.
Nella sua opera Critica della ragion pratica, il filosofo illuminista Kant esprimeva il carattere fortemente soggettivo della felicità: «nessuno mi può costringere ad essere felice nella sua maniera, ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona» [2].

Il tema della finitezza dell’umana natura, la sua fisiologica propensione a cercare fuori di sé ciò che non si trova dentro, ha luogo anche nell’universo spirituale di Schopenhauer, che designa il carattere “negativo” della felicità. Mentre il dolore, identificandosi con il desiderio, è un dato primario, il piacere è solo una funzione derivata dal dolore, che infatti esiste e vive a spese di esso: «la vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando attraverso l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia» [3].

Di tutt’altro tenore è l’incipit del noto romanzo di Tolstoj, Anna Karenina, che ricorre al metro della felicità nel tentativo di tracciare uno spartiacque tra due opposti modelli familiari e recita: «tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo» [4], alludendo non troppo sommessamente al confronto tra alcune agiate classi sociali russe, la loro ipocrisia, e altre più umili, scompigliate famiglie, spesso meno noiose e più vere.

Più lancinante appare, com’è noto, l’esperienza intellettuale del nostro Leopardi, che quasi postulava l’insussistenza della felicità nella vita vera, relegandola all’ambito immaginativo e della poesia e cogliendola secondo tre accezioni: l’allontanamento dalla realtà e il rifugio dell’animo in una dimensione indefinita e infinita, nella quale poter sottrarsi al dolore della vita presente (L’infinito); l’attesa di una felicità futura o di un bene che verrà e che tuttavia, arrivando, non riuscirà a colmare il desiderio di felicità e finirà con l’indurre rimpianto per la condizione passata
(Il sabato del villaggio); la sospensione momentanea del dolore di cui è intessuta la vita, un momento di pausa nel soffrire che spesso viene scambiato dall’uomo per il piacere e che invero è «figlio d’affanno, gioia vana, ch’è frutto del passato timore» (La quiete dopo la tempesta) [5].


Dal Novecento in poi la medicina si è molto interessata all’indagine sulla felicità e, particolarmente negli ultimi decenni, le neuroscienze hanno finito per rappresentare un affascinante punto di convergenza tra le ricerche biochimiche e quelle fisio(pato)logiche. Peccando di ipersemplificazione si può affermare che un cocktail di sostanze – ormoni e neurotrasmettitori prodotti in risposta a determinati stimoli – modulano la nostra componente affettiva: si tratta della serotonina, che contribuisce alla regolazione dell’umore e del sonno, della dopamina, coinvolta nei circuiti del piacere, e delle endorfine, implicate nel controllo del dolore e nell’induzione di benessere e euforia.


Nel 1993 uscì su British Journal of Psychiatry, prestigiosa rivista scientifica internazionale, un articolo [6] a commento di un lavoro pubblicato l’anno precedente e intitolato Una proposta per classificare la felicità come un disturbo psichiatrico, in cui gli autori si proponevano di includere la felicità nella categoria diagnostica dei “Disturbi maggiori dell’affettività, a tipo piacevole”. In soccorso di questo strampalato proposito, costoro richiamavano un supposto corpo di evidenze sulla felicità come fatto statisticamente anormale, composto da un numero discreto di sintomi, associato ad una varietà di alterazioni cognitive, probabile riflesso di disfunzioni del sistema nervoso centrale.

La levata di scudi fu tanto fragorosa da far sì che il rozzo tentativo di assimilare la felicità ad una sorta di svantaggio biologico alla vita, basato su di un ipotetico nesso causale tra la felicità e l’obesità e sulla nota correlazione di quest’ultima con vari disturbi fisici e mentali, venisse stroncato sul nascere.


Oggigiorno, dissertare sulla felicità può apparire anacronistico fino a sfumare nell’esercizio di stile e nella distrazione. «Gli uomini, non avendo potuto sanare la morte, la miseria e l’ignoranza, per rendersi felici hanno escogitato di non pensarci», sosteneva il filosofo e matematico Pascal [7], introducendo così la grande intuizione del divertissement. Che non è lo svago sano e rigenerante e men che meno la felicità, ma quel togliere l’attenzione dalla strada giusta. È dunque lecito chiedersi quale sia, questa strada, per provare a percorrerla e rintracciarvi un senso.

Bibliografia

[1] Seneca LA. De vita beata. Dialoghi, ca. 58 d.C.
[2] Kant I. Sopra il detto comune: “Questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica”, 1793.
[3] Schopenhauer A. Il mondo come volontà e rappresentazione, 1818.
[4] Tolstoj L. Anna Karenina, 1877.
[5] Leopardi G. La quiete dopo la tempesta. Canti, 1831.
[6] Harris J, Birley JL, Filford KW. A proposal to classify happiness as a psychiatric disorder. Br J Psychiatry 1993;162:539-542.
[7] Pascal B. Pensieri, 1670.

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